Opinioni futili per ascoltatori inesperti


risposta italiana ai gruppi rock femminili
luglio 18, 2011, 11:52 pm
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è una chiave di ricerca. ci ho pensato. mi piacerebbe avere un robyn italiana, una lykke li, una marissa nadler. non ci sono, i posti in alto, per ora, sono presi. ma non è nemmeno colpa della tradizione nazional popolare, dei talent show o della natura conservatrice italiana. anche in america ci sono i talent show e roba simile (però laggiù portare in tv la musica produce roba strafighissima come questa, mentre qui, a parte il fenomeno giusy ferreri ha prodotto solo aspiranti baristi) ma, nonostante tutto, riescono ad emergere (riescono cioè a diventare grandi e grossi) realtà pop assolute.

comunque, se penso al rock femminile mi vengono in mente questi sotto che, con un’unica canzone, sono la risposta italiana al rock, al pop e anche al divertimento (che poi rock femminile non significa nulla. a meno che tu non sia kathleen hanna <3 <3)

PS c’è stato il concerto di bobo rondelli alla festa del pd, con annessa polemica. diverse chiavi di ricerca sul tema portano qui. quest’anno non c’ero: alla festa del pd preferisco non andare, a meno che non ci suonino, che so, bobo rondelli (ma nel 2010) o i gang of four (ma non ci suonano: primo perchè sono marxisti, secondo perchè nessuno del pd locale ne conosce l’esistenza).
però, nel caso di quest’ anno, più che criticare la reazione penosa e scomposta del vecchio (dispregiativo) militante del partito egemone, rifletterei sull’opportunità di supportare certi soggetti suonando per loro o presenziando ai loro requiem funebri)



brevi

a livorno non c’è un cazzo. è il refrain ricorrente da anni ma quest’ anno è ancora più attuale.

scappato italia wave (la puglia è in grado di succhiare ogni centesimo da chi si avvicina ai confini, livorno, per scelta, fa fuggire ognuno, a parte ristoratori e truffatori), resta il ridicolo effetto venezia (un tempo, forse, espressione di un quartiere peculiare, ora semplice sagra del fritto e del lavoro nero) di cui ignoro il programma (un concerto di qualche scuola di musica sarebbe grasso che cola) e il livorno rock village (una ricettacolo di brigidini, vendite di folletto e cover band). poi, chiaramente, c’è la festa del pd. parlarne male è come sparare sulla croce rossa. si segnala l’ovvio bobo rondelli (ci soffro) e, soprattutto, lo spettacolo del centro vertigo di marco conte. questo tipo è l’autore della prima fiction livornese. è la cosa più bella ed angosciante che abbia mai visto. è importante diffondela, si merita di prendere sputi da ogni parte d’italia, non solo da noi astiosi e invidiosi (perchè siamo invidiosi) frequentatori di internet.

a breve la cosa migliore è una festa autogestita e autorganizzata che fa vivere un meraviglioso spazio lasciato all’abbandono dall’amministrazione. oltre al doveroso sottotesto politico c’è anche il tentativo di riportare uno stile di musica radicale nei luoghi dove deve stare, quelli dove una cultura musicale riprende di significato e si slega dalla logica (imposta) di droga e marciume. è riappropriarsi del corpo e dello spazio, le sostanze sono un accessorio non fondamentale, anzi. andare e liberarsi.

nel frattempo ci sono stati, entro 100 km, due concertoni.

[foto by froggypunk]

epici e intensi, un’orchestra non più indie che ammicca alle grandi arene. il più grosso gruppo degli anni 10, con la pericolosa tendenza al coro da stadio: il rischio di essere i nuovi U2 è concreto. serve vederli ora e preservarli.

[foto by marcoo]

è pronto per la pensione, da anni. è grandioso vedere una leggenda. ma ormai è una leggenda che suona per dovere di firma, con l’intensità di un ragioniere in vacanza. restano alcuni momenti notevoli (venus in furs, pale blue eys, sweet jane) altri imbarazzanti (sunday morning suonata come farebbe un nonno la domenica mattina per addormentare la nipotina, femme fatale  con lo stesso nonno che parla con la sua badante). rivedibile (anche se non credo che ci sarà occasione).

[bonus]

uno dei più originali e personali gruppi livornesi. finalmente un video che, oltre ai mezzi tecnici, mostra un’idea narrativa. e narra una storia per immagini, con la dovuta cura per la regia, ammazzando (alla buon ora) l’ipercinetismo che caratterizza i clip italiani (ma anche molto cinema a dire il vero: per non rendere stucchevole e epilettico un video bisogna essere tony scott ed in giro ce ne sono pochi. per narrare per immagini serve avere delle idee).

un applauso ai fratelli Paolo e Marco Bruciati, registi.

[bonus 2]

solo per godere.



bob corn [teatrofficina refugio 22/4/2011]
aprile 23, 2011, 2:35 pm
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il folk è la musica più difficile che esista. non si possono mascherare le emozioni e il contenuto dietro arrangiamenti e pose. ci sono solo le canzoni, non è possibile ingannare nessuno. solo creare brevi momenti di intensità o empatia, un legame diretto con chi ascolta. è tutto lì.

bob corn è un folksinger. un cantautore che racconta le sue storie al di fuori dei confini della tradizione (è la tradizione quella contro la quale si scontrano, e perdono, i giovani autori moderni). il suo è un legame diretto con la terra, con i luoghi e con le persone, vissuto senza confini, nel contesto più ampio possibile: quello del mondo, del viaggio, del racconto dei legami, anche piccoli ma universali.

è un fricchettone, con tutto quello che può significare il termine. ed è un grandissimo autore. in bilico tra la tradizione americana e la musica cosiddetta indie. in un mondo musicalmente giusto starebbe, nell’immaginario collettivo degli ascoltatori, insieme a tutti quegli artisti che sono riusciti a far convivere queste anime. vive invece nella sua, splendida, nicchia. quella della provincia e della curiosità dei pochi.

ieri sera ha regalato ai presenti (non molti. dove erano tutti?) le sue storie.  è stato un piacere sentirsele raccontare.



#38 erica mou [live @ teatrofficina refugio (LI)]

con le migliori intenzioni mi sono recato a vedere questa giovanissima cantautrice. è stato bello e, soprattutto, utile: diversi spunti di riflessione possono nascere da un ragazzina con la chitarra.

il pubblico: ero il più giovane. erica mou ha vent’anni e parla ai ventenni. mi chiedo quali altri incombenti impegni avessero i giovanotti livornesi, visto che il concerto al refugio era quanto di meglio potesse offrire la serata. la cantautrice parlava a loro: storie di amorucci, di abbracci e di fare quello che si vuole nella vita senza guardarsi indietro. ci faceva anche lo spiegone iniziale.

la cantante: aveva una bella voce. ma era l’emblema della cristallizzazione temporale della musica italiana. non è possibile che la musica si sia fermata a carmen consoli (in modo talvolta imbarazzante) ed elisa. ogni cantautrice prende da quello, bypassando, per dire, cat powervashti bunyan o joanna newsom. che va anche bene: per il pubblico italiano, atavicamente provinciale e pauroso. l’eventualità di un percorso altro non è contemplata, credo.

il caso: il concerto è stato medio ma all’interno ha trovato posto un gioiellino

grande pezzo, con le sue stratificazioni sonore e l’uso mediamente personale della voce e dei suoni: si può sempre scoprire qualcosa di buono, anche in un mare di medietà. basta esserci e cercare.

(erica mou è stata già ciucciata dalla sugar di caterina caselli: questo implica che il suo percorso musicale è già finito e neutralizzato. la vedremo a sanremo e il prossimo concerto al tor sarà pieno di mamme. io ho comprato il suo primo cd, che non è stato distribuito. lo vedo come un investimento sul futuro: forse possederò una rarità da vendere su ebay)



#37 la lunga estate freddissima

da ferragosto in poi si entra nel periodo peggiore dell’estate. finisce il clima della festa, dei concerti e degli schiuma party ma non è ancora abbastanza freddo per tornare a rinchiudersi nel localino preferito. in genere restano i commenti su quel gruppo meraviglioso visto live, su quella festa delirante e su quelle svedesi conosciute al pub sulla spiaggia. per noi di livorno quest’anno non è così. perchè non abbiamo avuto quasi niente da ricordare.

l’estate livornese inizia a luglio, con italia wave: quando le cose più belle che vedi sono bologna violenta e BSBE per un festival di respiro interazionale c’è qualche problema. tra headliner degni del 1998 e clima poliziesco è stato fatto quasi tutto per rendere il festival un luogo inospitale: inesistente il clima del grande evento, solo passare, guardare e andare via. nel frattempo i pavement erano da qualche altra parte e i wolf parade non erano presenti nell’immaginazione di nessuno, il fantasma degli underworld riproponeva born slippy a gente indegna della musica che ascolta.

dopo questa (che con tutta probabilità sarò l’ultima edizione labronica del festival) le notti livornesi si focalizzavano sugli eventi della fortezza nuova. non ero presente, ma immagino che l’aperitivo con marcello veneziani sia stato un successone. di sicuro saranno stati soddisfacenti i saggi di danza e gli spettacoli teatrali: non so se la zelante security (persone a cui l’auricolare provoca un brivido d’onnipotenza) è stata in grado di gestire il copioso afflusso di mamme, babbi, nonne con la giacchetta da sera.

ad agosto l’evento clou: effetto venezia, festa dei ristoratori. lo scorso anno ho visto nada, assalti frontali, enzo jannacci. non i gang of four, ma nemmeno il balletto. sul palco principale c’era il balletto. comunque il cartoccio di fritto c’era, quindi tutto tranquillo. non so quale sia stata la spesa per il tutto ma credo più di 1000 euro (cifra con cui ti puoi permettere di chiamare oblivians e verme a spaccare tutto).

alla fine gli ultimi fuochi d’artificio: bobo rondelli alla festa del pd, gruppi locali alla festa del pd (con annessa polemica), riso mare alla festa del pd.

le note positive: il grape juice, seppur in tono minore, continua a vivere e quest’anno ha mostrato lo stato dell’arte della scena livornese. su tutti i bad love experience, very british, e i crystal newton, incosapevolmente byrdsiani e bucolici.

e poi su una spiaggia a tirrenia, insieme ad altre 20 persone, ho visto gli amor fou. ma i livornesi doc a pisa non ci vanno: c’era bersani alla festa dell’unità.



#36 bobo rondelli [live @ livorno]

la morte (o il ferimento grave, concediamo il beneficio del dubbio) di bobo rondelli è stata sancita nella sua sede più appropriata: la festa del pd di livorno. tra miasmi di fritto e dimostrazioni di frullatori e aspirapolveri bobo mostra a tutti la via che ha scelto: quella della popolarità (non del successo). non più ubriacone, nè disperato, nè tantomeno intellettuale, bobo è un musicista conciliante e consolatorio per il pubblico labronico. pubblico composto in larga parte da signore dall’applauso facile lacrimoso e da uomini in baffi e camicia aperta sul petto. le stesse persone che fino a poco tempo fa lo additavano come tossico o “quello scemo che ha picchiato la testa“.

dopo il bel(lissimo) “per l’amor del cielo” bobo aveva diverse strade per uscire dal provincialismo dell’artista sgangherato qual’era. poteva (e doveva) uscire dalla sua città a testa alta, da artista vero, e cercare di inserirsi in un circuto nazionale che gli permettesse di avere le soddisfazioni (anche economiche) che non ha mai avuto lasciandogli la libertà di sperimentare e di continuare un percorso artistico che dalle hawaii a shangai portava a non so dove.

ha scelto di non sprovincializzarsi ma di istituzionalizzarsi (col contributo indispensabile di virzì) restando confinato sotto i quattro mori. di reiterare il suo spettacolo di giullare (funzionale quindi al potere costituito che un artista contro, per vocazione, dovrebbe smascherare e mettere alla berlina) secondo un copione che non stupisce ma che, al contrario, rassicura.

questa non vuole esser la critica snob di chi ama i concerti per pochi intimi e tenere per se, come segreti, certi artisti: bobo non è poi così difficile da capire ed è normale che piaccia. ho sempre sperato che la gente si accorgesse di lui: per le storie che raccontava, per come le raccontava. ma si può vedere riconosciuto il proprio valore con coerenza, rendendo partecipe chi ti ascolta del tuo percorso, delle sconfitte, della merda della provincia e del viaggio che ti ha portato ad essere quello che sei. non regalando (o svendendo) il passato.

è la delusione di chi ha seguito il percorso di un cantastorie che ha scelto di non essere più un autore ma un’istituzione (del nulla e per nulla).

così, tra foto del tramonto sulla terrazza mascagni (evidentemente un orizzonte ideale invalicabile), proiezioni di cartoni animati e cori di bambini il treno si è fermato: bobo non è più un randagio, ha raccolto le valigie dei ricordi e si è alzato dalle nuvole per scendere dove non l’avremmo mai voluto vedere, incastrato tra un bersani, un dibattito sulla viabilità e un ponce scaldato male.

a noi restano diverse emozioni sparse, la voglia di non crescere mai e la consapevolezza (o il disincanto) che anche i figli del nulla, in un certo momento, smettono di sognare.

“corri treno corri forte non fermarti portami lontano, le valige dei ricordi le ho buttate giù dal finestrino… vai vai vai vai via”



#36 italia wave 2010 [mini report]

quello che ho visto (ho visto anche tanti sbirri in giro. inutili, dannosi e fastidiosi. come rendere inospitale il clima del festival).

SYSTEMA SOLAR. vestiti agghiaccianti e ragazzine che ballavano sotto il sole.
MODENA CITY RAMBLES. nostalgia canaglia. tristi dal 2002 (cit)
CO’SANG. belli zarri, non li ha capiti nessuno.
AMAZIGH. rigoroso punto d’incontro tra minoranza e mainstream.
HINDI ZAHARA. bella, ipnotica e magnetica. lacrimuccia.
DANIELE SILVESTRI E ORCHESTRA DI PIAZZA VITTORIO. lacrime di tristezza.
BOLOGNA VIOLENTA. chi non c’era non ha capito niente, forse della vita. bisogna eliminarvi.
FUZZTONES. virili. maschie scapellate e maschie motociclette.
OK GO. senza visual non contano.
EDITORS. un piacevole anestetico.
GROOVE ARMADA. in un ora hanno condensato tutti gli incubi e le degenerazioni della musica elettronica moderna.
IL GENIO. roba che fa bene e ti rende più buono con gli altri.
BUD SPENCER BLUES EXPLOSION. le cose fatte semplicemente e con amore sono le migliori. hanno spettinato.
NOORA NOOR. l’equivalente in musica di una duna beige.
FAITHLESS. fatto il compitino.
PAN DEL DIAVOLO. una bella botta per i primi minuti. poi ti addormenti (io mi sono addormentato)
APRES LA CLASSE.  vanno bene ad una spiaggiata.
JULIAN MARLEY. l’esperienza concertistica più agghiacciante che abbia mai sperimentato. puzzo di morte a go go.
OJOS DE BRUJO. funzionano, e molto. ma si piacciono troppo e si perdono per la strada.


#35 italia wave 2010

una breve guida all’ascolto consapevole dei gruppi di italia wave.
molti non li conosco ma, ad un ascoltatore presuntuoso e superficiale, bastano 5 secondi per valutare un gruppo come uno scherzo di pessimo gusto. niente di personale, anzi. se mi spiegate la bontà del reggae, dello ska o dell’uso sconsiderato dell’elettronica nel rock apprezzerei molto.

un commento generale sul festival: sono contento che ci sia. manca il rock, quello dei sogni di adolescente. ci sono tante cose pregevoli, magari fuori posto. e i big, forse, lo erano una decina di anni fa. è la crisi.

21-7-2010

Wake Up Stage
BAD LOVE EXPERIENCE - portare londra e spensieratezza a livorno, da livorno. se uno si sveglia presto, poi puoi anche andare a fare un tuffetto tra i topi al gabbiano pensando di essere a malibù.

Psycho Stage
AIWA - la musica nel 2009 esiste quando prende una tradizione e una storia (anche recente) e la porta qui e oggi. a prescindere dai gusti (non sono per la roba arabeggiante, nemmeno se la fanno i metallari)
SYSTEMA SOLAR – come sopra, meno oggi e più tradizione. il problema sarà il pubblico. gonnelle svolazzanti che ballano e battimani. per fortuna (o purtroppo) suonano troppo presto.
MODENA CITY RAMBLES – il discorso qui viene meno perché la tradizione riletta è quella irlandese/gaelica e quella (gloriosa direi, faccina perplessa) del pds.
CO’SANG – con loro inizia la parte di italia wave dedicata alla fusione fredda di culture urbane, powered by comunità europea. questi sono fenomeni, si dovrebbe dire “da Marianella, la voce del ghetto”. direi piuttosto cazzotti in faccia ai documentaristi della miseria.
LA MELODIA – forse senza la voce la loro musica funzionerebbe anche nei clubbini-con-capiroska. con la voce angosciano. sarà bello: sole, mare, mojito ed angoscia dalla metropoli.
MARCUS PRICE – avantgarde rap, di quello che ormai amano tutti. non verrà apprezzato, a livorno si esulta per tonino carotone.
ORELSAN - il rap francese è garanzia. lui piacerà.
COOKING SOUL - piaceranno pure loro. come dicono nel giro giusto dei pantaloni larghi? basi che sono bombe. a questo punto della giornata mi sarò annoiato.

Main Stage

TOXIC TUNA – bello che nella giornata dedicata alla cultura mediterranea a rappresentare l’italia ci sia uno dei tanti gruppi con la fotta ska-punk-reggae, quello che ci portiamo dietro come tassa dai tempi del movimento no-global.

I VOICE – musica come ultima forma di resistenza e prima forma di lotta. lacrime.

LA KINKY BEAT – reggae/dub che non ci interessa, soprattutto, è noto, per il pubblico. peccato perché hanno anche dei testi abbastanza pregevoli. ma, si sa, il messaggio è anche il mezzo.

AMAZIGH – non ce la faccio, gente con qualcosa da dire che sbaglia il mezzo con cui dirlo.

HINDI ZAHARA – primo peso massimo. se nasceva negli stati uniti sarebbe stata una specie di cat power fumosa, in italia forse una carmen consoli amata dal pubblico indie. per fortuna è marocchina. pop da deserto.

DANIELE SILVESTRI E ORCHESTRA DI PIAZZA VITTORIO – mi viene dentro tanta tristezza.

22-7-2010

Wake Up Stage
BOLOGNA VIOLENTA – non andrò al concerto, so come funziona. andrò in banditella ad osservare i reduci della baracchina bianca svegliarsi sotto le mitragliatrici e le citazioni sconce.

Psycho Stage
VIDEODREAMS – dài, indie rock anche piacevole, di quello che puoi ondeggiare senza far andare fuori posto un capello mentre ciucci un ghiacciolino all’amarena.
FAST ANIMALS & SLOW KIDS - ho ascoltato cioccolatino su myspace e c’era tutto: disegnini, simpatia, vocette. direi di entrare a gamba tesa sui prodotti dell’immaginario indie simpatico.
ALESSANDRO FIORI – il tipo dei mariposa (che non mi piacciono in quanto sconclusionati). qui mi sembra più rigoroso.
SIKITIKIS – boh, non mi convincono. tutto in ordine, rock, piedini che battono, elettronica giusta, testi pregevoli. sarà che diffido della musica italiana troppo spensierata.
FUZZTONES - iperboli. leggenda. etc etc. sono stato un teenager negli anni 2000, non 30 anni prima. non mi servono per godere.

Main Stage

PLAYMOBIL FROM CHERNOBYL – revival elettro funk che se fossero inglesi sarebbero forse su NME (non è sinonimo di qualità). invece sono italiani e sembrano una versione scema dell’italo disco.

BRUNORI S.A.S – abbiamo un debole per i cantautori naif e stralunati come lui. disperso sul main stage tra i bikini delle fan (esistono??) dei groove armada. (andiamolo a vedere la notte in fortezza vecchia)

OK GO – hanno dei video che sono dei gioiellini coreografici e di colore. sono piacevoli, di quella piacevolezza che ti da una granita: dieci minuti di freschezza, ne prendi anche due al giorno ma non è che poi ci ripensi o ti fermi a riflettere sul gusto del ghiaccio. ci godremo le proiezioni e i balletti.

EDITORS – la domanda è: a chi giova la versione inglese degli interpol? a nessuno, nemmeno quando credono di essere i coldplay. non giovavano a nessuno nemmeno gli interpol (che almeno sono stilosissimi, questi hanno proprio nelle ossa la tristezza inglese)

GROOVE ARMADA – l’esperimento sarà riuscire a trasferire (e rendere non soporifera) la loro musica da aperitivo dentro uno stadio (luogo dove serve sudore e non servono long island).

23-7-2010

Psycho Stage
LES SPRITZ – essere sperimentali è diverso dall’essere sconclusionati. peccato perché quando accelerano potrebbero spaccare quasi tutto (che è un po’ quello che si chiede alla musica, spaccare almeno qualcosa).
VANDEMARS – mi piaciucchiano. sarà che sono in un periodo di passione per gruppi rock alternativi italiani che sembrano essere stati teletrasportati dal 1995.
DID - idee confuse. nella musica server rigore sovietico.
IL GENIO – sento già il piacere della leggerezza naif che porteranno nella mia città.
BUD SPENCER BLUES EXPLOSION – roba bella cicciona. rock.

Main Stage

PALOMINO BLITZ - un gruppo indie rock con voce femminile.

A TOYS ORCHESTRA – tra i migliori gruppi italiani. il pop è una cosa semplice.

URBAN SWING SOUND SYSTEM – la versione hip-hop di billie holiday. sono quei gruppi che dal vivo ti ipnotizzano. la potenza e la consapevolezza di essere donne.

NOORA NOOR – una ventata di passato. il pubblico si darà di gomito dicendo “però è brava” e citando una qualche altra cantante nera passatella.

FAITHLESS – giubilo generale quando faranno god is a dj. stanno raccogliendo i fondi per una vecchiaia più che dorata, capitalizzando 15 anni di una carriera incisiva come quella di Bersani nella storia del PCI.

24-7-2010

Psycho Stage
CHRISTINE PLAYS VIOLA – purtroppo nessuno suona la viola. sono un gruppo new wave. per un tipico pomeriggio livornese.
THE PEOPLE SPEAK - questi sono divertenti, anche se è un divertimento fuori tempo massimo (sei fuori tempo massimo quando metti le tastiere e un po’ di elettronica fun nel rock e pensi “ganzo”)
MY AWESOME MIXTAPE – esagerando sono la risposta italiana al giro anticon e simili. volando basso restano una delle migliori realtà italiane di pop d’avanguardia (nel senso di “ristrutturazione del pop usando meno chitarre”)
VIRGINIANA MILLER – alla fine sono dei precursori. facevano quello che ora viene chiamato indie rock quando il termine non era nell’immaginario collettivo giovanile o, se c’era, significava tutt’altro.
MANNARINO – un ubriaco che canta degli ultimi e degli esclusi. applausi e lacrime. portatevi vino e sconfitta. concerto vincitore di italia wave.

Main Stage

SEGNALI DI RIPRESA – una roba talmente pretenziosa da risultare quasi gradevole.

MOJA - è jappo, quindi matto e sono delle cose sceme che non ci ho capito un cazzo. ma, essendo jappo, le suona come se non ci fosse un domani.

LUCY LOVE - stasera è una serata dedicata ai presuntuosi. è brava. cervellotica. per fare un paragone semplice è come prendere Die Antwoord e toglierci il divertimento.

JAMAICA – al solito. è per colpa di questa smania di mettere l’elettronica a caso nel rock che i giovani smarriscono la via e i vecchi si rifugiano nei dinosauri.

JIMI TENOR & KABU KABU – boh. questa musica non la capisco. è bravo, a qualcuno potrebbe venire voglia di ballare. ma credo che la gente stasera vorrà ballare dei martelloni in quarti e non queste varianti tribali del jazz.

UNDERWORLD – rendiamo merito. la loro d’n'b lisergica e ambientale è stata avanti per anni. e non è mai stata tanto buona per i punkabbestia. ora sono pronti per i rave da stadio, come se fosse il due novembre.

ILARIO ALICANTE – è di livorno e i suoi pezzi (entusiasmo) li suona persino Hawtin.

25-7-2010

OGUN FERRAILLE - finalmente delle chitarre rumorose.
I VENUS – non vedo differenze coi finley.
PAN DEL DIAVOLO – folk suonato come se fosse punk. è bello quando i gruppi si ricordano dei violent femmes.
KRIKKA REGGAE - il nome è un programma.
SIR OLIVER SKARDY - non sono in grado di giudicare positivamente il reggae.

Main Stage

ARAWAK – ora basta.

HANGGAI – sono cinesi. inchiniamoci, pensiamo a Mao e saremo felici. la rivoluzione passa dal capire questa musica qui.

APRES LA CLASSE – vengono dal salento, se riusciranno a trasformare lo stadio di livorno in festa come sulle spiagge di otranto li nomineremo vincitori. mi troverete al bar.

JULIAN MARLEY – il figlio sconosciuto di bob marley. potevano almeno fare venire il figlio di tosh.

OJOS DE BRUJO – baciate le vostre donne.



#34 italia wave 2010 [intro]
maggio 13, 2010, 12:12 pm
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una breve nota, in attesa del bill completo.

per ora sarebbe il festival perfetto, se fossimo in germania nel 1997.



#32 sanremo 2010
febbraio 22, 2010, 6:50 pm
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ce l’avevamo quasi fatta. poi uno sbarbatello amico di maria ha attivato le 16enni infoiate di tutta italia ed ha usurpato il trono. l’apice stava per essere raggiunto: un bigamo che canta di pompini ricevuti sotto il sole dei caraibi, un misconosciuto esponente della musica che meno interessa ogni vero appassionato di musica (*) ed uno scappato di casa cocainomane ed analfabeta sono arrivati ad un niente dal vincere la più importante gara canora del paese (si dice così).

sarebbe stato il massimo: sanremo rappresenta solo se stesso, una cosa che non esiste in natura, popolata da esseri che prendono forma e vita solo in quei giorni e che poi, senza dare troppo fastidio, tornano nel loro limbo fatto di serate negli alberghi, di convention di commercialisti, di ospitate nei bordelli. non esistono, ma il loro fetore è sempre presente e impregna l’aria ogni giorno.

niente sarebbe stato più adatto a celebrare questa messa in scena della vittoria di un pezzo retorico e reazionario. sarebbe stata una vittoria per nulla sorprendente: era la somma della retorica che viene buona per ogni partita della nazionale, per ogni sfilata militare, per ogni comizio politico. perchè non dovrebbe essere buona per sanremo?

sarà per il prossimo anno: povia, toccherà a te.

(*) (chi se la incula l’opera? perchè esiste? perchè devo dire che quel ladro ciccione di pavarotti era tanto bravo quando ci sono cose che mi ricordano ogni momento che essere tanto bravi è inutile e talvolta dannoso?).




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