Opinioni futili per ascoltatori inesperti


#36 bobo rondelli [live @ livorno]

la morte (o il ferimento grave, concediamo il beneficio del dubbio) di bobo rondelli è stata sancita nella sua sede più appropriata: la festa del pd di livorno. tra miasmi di fritto e dimostrazioni di frullatori e aspirapolveri bobo mostra a tutti la via che ha scelto: quella della popolarità (non del successo). non più ubriacone, nè disperato, nè tantomeno intellettuale, bobo è un musicista conciliante e consolatorio per il pubblico labronico. pubblico composto in larga parte da signore dall’applauso facile lacrimoso e da uomini in baffi e camicia aperta sul petto. le stesse persone che fino a poco tempo fa lo additavano come tossico o “quello scemo che ha picchiato la testa“.

dopo il bel(lissimo) “per l’amor del cielo” bobo aveva diverse strade per uscire dal provincialismo dell’artista sgangherato qual’era. poteva (e doveva) uscire dalla sua città a testa alta, da artista vero, e cercare di inserirsi in un circuto nazionale che gli permettesse di avere le soddisfazioni (anche economiche) che non ha mai avuto lasciandogli la libertà di sperimentare e di continuare un percorso artistico che dalle hawaii a shangai portava a non so dove.

ha scelto di non sprovincializzarsi ma di istituzionalizzarsi (col contributo indispensabile di virzì) restando confinato sotto i quattro mori. di reiterare il suo spettacolo di giullare (funzionale quindi al potere costituito che un artista contro, per vocazione, dovrebbe smascherare e mettere alla berlina) secondo un copione che non stupisce ma che, al contrario, rassicura.

questa non vuole esser la critica snob di chi ama i concerti per pochi intimi e tenere per se, come segreti, certi artisti: bobo non è poi così difficile da capire ed è normale che piaccia. ho sempre sperato che la gente si accorgesse di lui: per le storie che raccontava, per come le raccontava. ma si può vedere riconosciuto il proprio valore con coerenza, rendendo partecipe chi ti ascolta del tuo percorso, delle sconfitte, della merda della provincia e del viaggio che ti ha portato ad essere quello che sei. non regalando (o svendendo) il passato.

è la delusione di chi ha seguito il percorso di un cantastorie che ha scelto di non essere più un autore ma un’istituzione (del nulla e per nulla).

così, tra foto del tramonto sulla terrazza mascagni (evidentemente un orizzonte ideale invalicabile), proiezioni di cartoni animati e cori di bambini il treno si è fermato: bobo non è più un randagio, ha raccolto le valigie dei ricordi e si è alzato dalle nuvole per scendere dove non l’avremmo mai voluto vedere, incastrato tra un bersani, un dibattito sulla viabilità e un ponce scaldato male.

a noi restano diverse emozioni sparse, la voglia di non crescere mai e la consapevolezza (o il disincanto) che anche i figli del nulla, in un certo momento, smettono di sognare.

“corri treno corri forte non fermarti portami lontano, le valige dei ricordi le ho buttate giù dal finestrino… vai vai vai vai via”




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