Opinioni futili per ascoltatori inesperti


teenage dream

tutti gli ascoltatori seri di musica sono impegnati a:

smembrare e sezionare l’immaginario dell’unico vasco che amiamo, per decidere se buttare giù dalla torre o bagnarsi (l’ovvia via di mezzo non sembra contemplata),

chiedersi chi è fausto,

accumulare materiale in vista delle classifiche di fine anno,

decidere la next big thing in campo drone/doom/indie-folk/avantgarde-hip-hop/folktronic/post-rock/cantautorato-rock, senza soluzione di continuità,

aggiornare il proprio blog/twitter/facebook o scrivere sul forum di riferimento.

tutto questo tralasciando il ruolo leggero della musica: non tutti fanno una vita che permette di farsi carico anche dei problemi con le donne dei dandy milanesi o dei problemi di obama. però prima di rifugiarsi nelle messe cantate (per espiare), nelle migrazioni collettive o nella fiction, ci si può dedicare al cosiddetto pop da mtv. c’è la giusta coolness, c’è un gran gusto melodico, c’è attualità. basta dire si e saperlo collocare al proprio posto.

 

 

 

 

 

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le luci della centrale elettrica – per ora la chiameremo felicità

tutti pronti, chi col mitra puntato, chi con gli occhi già umidi di lacrimucce commosse. LLDCE non passa certo inosservato. perchè quello di Vasco Brondi è il progetto musicale che ha caratterizzato e caratterizza maggiormente il periodo in cui viviamo, fatto di incertezze e di ragazzine che vorrebbero essere perdute. è quello che per primo ha provato a raccontare gli anni zero (il lessico brondiano è collettivo e il nuovo disco da ampia scelta per aggiornare gli stati di facebook).

per ora la chiameremo felicità è un bel disco, musicalmente maturo (oltre a canali a questo giro è accompagnato da gente sparsa tra massimo volume, calibro 35 e compagnia), pieno di atmosfere rarefatte e distanti piuttosto che urgenti e nervose. più garage a milano che piromani. non è (più?) il semplice racconto di orizzonti sconfitti, Vasco (l’unico vasco che ci piace) parla per immagini, piccoli ma potenti attimi che possono essere assimilati e fatti propri solo col tempo, associazioni di idee distanti, riferimenti alti e quotidiani.

questo disco ci piacerà e tra non molto i nostri venerdi neri li impiegheremo per prendere freddo. allora ci troveremo schierati e scopriremo che la realtà del brondi è anche un po’ la nostra.

i critici troveranno tanti argomenti: che per ora la chiameremo felicità è uguale a canzoni da spiaggia deturpata (falso, ma non sarebbe nemmeno importante), che le sue sono parole in libertà accumulate con una certa casualità (non conta, LLDCE è immagine e non tanto narrazione), che copia de andre o gaetano (il provincialismo: avere dei paletti mentali invalicabili e rapportare l’esistente a quello. senza contare che sono riferimenti sbagliati: gaetano raccontava e dissacrava l’italia degli anni 70, de andre ha narrato le vite degli ultimi e degli esclusi, brondi immagina quello che si vede dalla finestra).

i reazionari diranno che il glorioso passato della musica italiana non tornerà più: per fortuna, meglio il silenzio della prospettiva di una carriera da pooh.

gli altri ignoreranno e correranno da mediaworld a comprare il nuovo del mitico liga.

noi saremo più tristi ma comunque migliori. per ora ci basta.




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