Opinioni futili per ascoltatori inesperti


cosa voglio sentire nel 2011

lykke li – wounded rymes


robyn non è passata per caso. ha permesso a tutti gli amanti del pop indipendente di ascoltare anche pop dance, prepotentemente da classifica, senza sentirsi in colpa. anche bat for lashes, forse, ma non era abbastanza: manteneva comunque l’aspetto da divetta indipendente tormentata e, comunque, la sua musica era troppo carica di suggestioni esotiche per appagare la voglia di tamarraggine che spero ci sia in tutti.

da questo ciclone è stata investita anche la svedese lykke li, nota soprattutto per le collaborazioni coi royksopp. ne è venuto fuori il disco pop che voglio ascoltare ora: indole nordica (malinconia, folksinging distante) e ammiccamenti anglosassoni. formalmente e sostanzialmente perfetto.

earth – angels of darkness, demons of light 1

dylan carlson completa il suo viaggio lisergico nel west. che non è quello epico di john  ford. è un deserto di polvere e solitudine. probabilmente è il naturale percorso di chi ha spiegato il drone (che è la musica ambient intesa in una fabbrica o nella periferia di una metropoli, la sublimazione ultima delle devianze della musica industriale). la ricerca ultima del senso di essere soli. disco dell’anno, solo per il fatto di esistere.

anna calvi – anna calvi

quando esce un disco praticamente perfetto non c’è molto da dire. un giro tra riferimenti neri (nel senso di buio), cantantesse antiche, gelo. canzoni.

poi questa

perché donare questa solennità ad una delle più belle canzoni di sempre è cosa per  pochi.


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we love livorno
febbraio 21, 2011, 12:02 pm
Filed under: dischi | Tag: , , , , ,

c’è chi ne parla, chi si sbatte, tra mille difficoltà per organizzare concerti, serate, festini, chi la suona.

l’inconspevole records, insieme a il mucchio, ha realizzato una compilation, scaricabile gratuitamente, dove si può ascoltare un po’ della bella livorno che tutti provano a raccontare. parziale ma gustosa.

ne servirebbero di più: registrazioni di concerti (c’è chi lo fa), anche amatoriali (tutti hanno il loro cazzo di ipod o fakepod), autoproduzioni grevi (distribuitele, anche gratis, a chiunque), autoproduzioni curate (la rete risponderà). fatela (facciamola) girare.

 



bella livorno

lo dice xl. e ci fa uno speciale che va a raccontare il fermento musicale della città di livorno. ottimo, si direbbe. una bella spinta al florido sottobosco labronico. peccato che per il giornalino di repubblica livorno sia un concentrato di luoghi comuni (lo sfottò coi pisani, echi della livorno dove ognuno fa o dice ciò che vuole, cose così) e di musicisti che sono o affermati o pisani o che comunque hanno ormai un debole legame con la realtà labronica (salvo eccezioni).

[pic by nicole fillmore]

xl parla dei bad love experience che sono ormai una realtà consolidata, pronta per essere conosciuta ovunque, ma che mantiene comunque vivissimo il legame con la città e, coi loro modi, si sbattono per farla vivere (l’eccezione),

di bobo rondelli che tutti conoscono, un talento incredibile, un legame indissolubile con la sua città, delle scelte promozionali (diciamo così) discutibili,

degli hollowblue che, invece, hanno fatto la scelta adatta, tagliare il cordone con livorno. forse perchè il loro suono (la somma dell’indie rock texano dei decenni passati, col fantasma di nick cave bene in vista, poco si adatta a quello che è (dovrebbe essere lo spirito livornese),

dei virginiana miller. ma con loro non si può parlare di scena livornese, si deve parlare di italia, della band italiana (storica ormai) non ha riscosso quello che meritava. se nell’iperspazio della canzone rock d’autore ci stanno i baustelle o gli amor fou ci devono stare anche questi livornesi. è un problema di immagine, mi sa.

gli altri citati nell’articolo non contano: nada (che è grandissima e negli ultimi anni ha fatto almeno un disco grandioso, dimostrazione che per le gli anni 90, seattle e l’indie rock non sono passati per niente) non ha e non ha mai avuto un vero legame con la musica della sua città. andrebbe inserita in uno special su sanremo, non su livorno. i gatti mezzi o gli zen circus (questi ultimi una delle migliori realtà italiane, soprattutto ora che hanno scelto la via (cruda) del nazional popolare) non si possono considerare. hanno le radici ben  piantate altrove.

e poi l’immancabile riferimento a piero ciampi. sublime cantore delgi sconfitti e degli ultimi, al pari di faber. ma credo che non abbia quasi alcuna influenza per la crescita musicale di chi è ora attivo nella città. sicuramente non ce l’ha per i più giovani.

[pic by daria fasanelli]

per fortuna la scena livornese (ganza, come dice repubblica) esiste veramente.

dai seed ‘n’ feed, piccola leggenda indie punk italiana, roba che ti fa riconciliare col concetto di emo(tional) ai crystal newton, autori di uno dei dischi più belli in assoluto del 2010, un disco byrdsiano, leggero e, paradossalmente, invernale. dal giro punk rock (prendere con le molle) degli one night stand, dei biffers, dei 7years, dei damp box (saranno forse tutte riletture più o meno scolastiche di quell’abominio chiamato punk/hc melodico ma la credibilità e l’attitudine sul palco non si discutono. il resto sono gusti) alla scena (molte virgolette) elettronica: n_sambo, charlie atomix, di maggio baseball teamautobam, naif motenai,  (quest’ultimo già col carrarmato skrjabin hc2 e fratello di marco liuni, matematico, sperimentatore di suoni e chitarrista degli ottimi egon, che non trovo più attivi in giro).

poi i gruppi violenti: i tasters, i narkhan (nessuno dei due sfigurerebbe nel catalogo di una roadrunner. tralasciando giudizi di merito sulla bontà del genere proposto. che non è un cosa tanto bella), i negative pole (nuova scuola, attitudine hc, indole labronica), i breakout division (nuovissima scuola, tool, isis, post).

[pic by alessio del regno]

oppure tutti quei musicisti che si sono resi conto che esistono cose dopo gli anni 90.

come i morning view (giovanissimi, chiari i riferimenti. ma con gli occhiali da sole), gli humanoira (tra post rock, cantautorato, elettronica, cose così, reali), gli indovena (un gusto melodico incredibile. sanno scrivere canzoni, di quelle semplici, perfette), i platonick dive (che loro giovanissimi che hanno scoperto per tempo che non si vive di soli nirvana ed hanno scoperto un mondo di mogwai, GY!BE,  fugazi e ci si sono gettati di testa. appena trovano la strada (che è quella del rumore e dello spettinare) questi spaccano tutto), gli appaloosa (roba che gira all’estero, suona in tutta italia e che sul palco, nonostante la posa da festa delle medie, ci dà come se non ci fosse un domani), i jackie-o’s farm (sanno che il pop è una cosa semplice e che viene diretta dagli anni 60,  non c’è motivo per fare di più se si fa per bene), i compact moroboshi (bisogna sapere che la cosa fondamentale del rock è muovere culi), i the walrus (pop e tastierine, da loro vengono fuori anche i mandrake che finalmente portano il pop da camera a livorno e marta bardi che spero continui a fare cose da solista: anche livorno dovrebbe avere una sua divetta indie folk), gli splendidi lip colour revolution (come se la spiaggia del sale fosse il deserto dell’arizona).

i cantautori: bimbo (surreale e al tempo stesso caustico), tozzi fan (fonico, poeta, aggeggino, il nostro cantautore preferito), milioni (aka emiliano dominici, insegnate, attore, cantautore letterario, blogger, scrittore, animatore del miglior teatro della città, membro del gruppo di teatro canzone dei loungerie , fotografo, si presume ottimo cuoco e amante), i carneigra (questi si con bene in testa la lezione di piero ciampi).

e qualche outsider: i trade unions (oi-core di strada militante, ormai una delle realtà più rispettate ed amate nella capillare scena skinhead italiana. coerenza ed odore di salmastro), i pipelines (in una città dove tutti sono stati surfisti sono gli unici a suonare e conoscere la musica surf, che non è solo surfin safari) e tutti quei gruppi che ho visto in giro (chi al refugio, chi alla bodeguita, chi al godzilla, chi nei vari pub) ma che non ricordo o che mi sono scordato.

[pic by daria fasanelli]

e, alla fine, le leggende. per parlare della livorno musicale attuale bisogna partire da qui.

dai chromosomes, venti anni di carriera, numerosci cd, lp, collaborazioni, date in america, date a salviano, ovunque. punk rock, beach boys e ramones quando mischiare queste cose non era così scontato. dai flora & fauna, come i fugazi però a livorno, dai project 00 probabilmente i primi ad aver capito e metabolizzato la lezione dei refused e, soprattutto, dalla strana officina. non si può parlare del rock a livorno e non citare la band della famiglia cappanera. un punto di riferimento per tutti quelli che credono che il rock sia passione, sudore e lacrime.

ecco. io, fossi un giornalista di xl, andrei a cercare questi gruppi qui (e quelli che mi sono dimenticato, scusate). poi andrei in giro per la città. e sentirei un po’, nel feudo del pd, se la musica e la cultura sono viste come una risorsa (bella livorno), un problema o, al limite, qualcosa da tollerare a mlincuore.

a questo punto scriverei l’articolo.




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