Opinioni futili per ascoltatori inesperti


amici, i super ospiti.
luglio 16, 2013, 5:40 pm
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meh.ro6762

gli amici di maria de filippi marceranno su livorno. la città che ha visto nascere modigliani, paolo ruffini e solange verrà ferita nel suo animo più profondo. nessuno sarà risparmiato ma, per fortuna, nessuno è indifferente. le reazioni piuù veementi, una nuova resistenza culturale, si registrano sul principale social media indipendente. praticamente chiunque ha qualcosa da dire su questa vergogna.

la questione è divertente e ci si possono fare diverse riflession/speculazioni.

la prima, praticamente ininfluente, sul valore artistico dei quattro e, volendo essere fantasiosi, sul valore dei talent show. senza girarci intorno, i talent show stanno mantenendo in vita la musica nazionalpopolare italiana, che è quella roba che si canta ai falò davanti sulla spiaggia di valore artistico quantomeno opinabile. prima era mantenuta in vita dalle case discografiche. ha prodotto little tony, marco masini, eros ramazzotti. ora è tenuta in vita dal botulino di simona ventura e dalle mascherate di elio (che grandi musicisti, signora mia). escono fuori cose infime, cose buone e cose eccelse, ora come 30 anni fa, anche se il giudizio vero sul valore lo daranno il numero di brani presenti nei cd da regalare alle eventuali fidanzate: per ora la cura surclassa amami di emma, ma il tempo è dalla nostra parte. in tutto questo gli scemi di amici rappresentano alcuni dei prodotti di questo giro qui, non i migliori ma nemmeno i peggiori: nel complesso è più onesto moreno di jovanotti, uno che, inizialmente, è stato in grado di portare il rap in italia dopo averlo accuratamente svuotato di ogni significato e poi è riuscito a rendere mainstream un’idea di un altro mondo possibile degna del peggior simpatizzante pd. almeno moreno ha dietro fabri fibra.

la seconda, difficoltosa, è il ruolo dei media mainstream nel creare e imporre modelli di comportamento. che, nel linguaggio di facebook, si risolve con una citazione di fabio fazio, in un falsh mob powered by senonoraquando, nel postare un’ospitata di saviano alla bocconi, nel commovente video di una bambina salvata dalla cellule estratte dalle corna di un ippogrifo morto (di morte naturale, in serenità, noi siamo contro la morte violenta, anche contro la morte delgi acari disciolti nei succhi gastrici). [NOTA non so se l’ippogrifo abbia realmente le corna, controllare su wikipedia].
il fatto è che ogni comportamento è imposto dalla cultura mainstream, a livorno come ovunque. dall’aperitivo ai cappellini new era (ho scoperto questa roba da poco e mi ha colpito adeguatamente), dai saldi da tezenis all’abbonamento a internazionale (si sa, l’oroscopo di brezny è irrinunciabile, altro che paolo fox, roba da massaie).  la controcultura, le avanguardie a livorno sono nate abortite: il fastidio creato dalla scritta sul muro non è quantificabile. lamentarsi della cultura massificata da tv di stato ciucciando un tè freddo è al limite del ridicolo (o è un approccio talmente postmoderno alla questione che non sono in grado di capire, mi cospargo il capo di cenere). [NOTA la cultura mainstream a livorno ha prodotto la più grande installazione degli ultimi 30 anni].

terza questione, la valorizzazione dei talenti locali. credo che ci si riferisca sia a quelli che, da anni, vivono nel sottobosco musicale della città sia a quelli che ambiscono a palcoscenici degni della loro bravura. tipo il festivalbar.
molti si chiedono perchè venga chiamata gente da fuori invece di far suonare la gente del posto “ma come?! l’anno scorso c’era il palchetto dove si sono esibite GRATIS 1000 band locali che hanno avuto un così grande successo”. i presupposti terrificanti di questo ragionamento sono principalmente due: che sia giusto suonare gratis (eh, signora mia, la gavetta, quese band sono choosy) e che sia giusto dare spazio a chiunque, uccidendo la minima idea di qualità. oltre al fatto di considerare l’essere livornesi un valore aggiunto a prescindere: i viginiana miller sono uno dei migliori gruppi in circolazione non perchè livornesi ma perchè capaci di cose incredibili. probabilmente essere livornesi influenza il risultato, allo stesso modo che essere milanese ha influenzato i risultati di jannacci, per dire.
ho visto centinaia di concerti di band livornesi, in tutti i contesti. ho visto band eccellenti (non metto link, chi è eccellente lo sa) e band mediocri (non matto link, i mediocri si risentono molto) suonare nei centri sociali, nelle piazze, nei locali, nei pub, per strada. lo spazio se lo sono preso, l’hanno cercato e se lo sono rivendicato, senza elemosinare il palchetto sponsorizzato. è pacifico che la città, a parte le elemosine, non valorizzi le realtà locali e non abbia la minima intenzione di investire in cultura (perdonate il termine).

è questo l’ultimo argomento di discussione giunto a seguito dell’orrido annuncio della calata in città delle truppe mediaset. da anni lo sviluippo di livorno prescinde dalla cultura. non importa fare l’elenco, ci sono appositi gruppi facebook di indignazione collettiva. la risposta di pancia è, appunto, una generica indignazione, la creazione dell’apposita pagina facebook, l’iniziativa di piazza (con fantasia che non siamo più negli anni 70) e l’oblio.
sputare in faccia a chi ha ucciso la città è doveroso, come è doverosa la resistenza, anche se solo di pancia, all’azzeramento di ogni istanza che abbia un orizzonte più vasto dell’isola d’elba. ma è stato catartico vedere la sorpresa nei commenti delle persone: ma come? c’è la merda ad effetto venezia? nessuno dice niente? almeno bobo si poteva fare, no? è sempre stato fatto.
il passato è, veramente, una terra straniera.

sigla

NOTA ultimamente sono fissato con lester bangs. quindi ho scritto a caso e non riletto.

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risposta italiana ai gruppi rock femminili
luglio 18, 2011, 11:52 pm
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è una chiave di ricerca. ci ho pensato. mi piacerebbe avere un robyn italiana, una lykke li, una marissa nadler. non ci sono, i posti in alto, per ora, sono presi. ma non è nemmeno colpa della tradizione nazional popolare, dei talent show o della natura conservatrice italiana. anche in america ci sono i talent show e roba simile (però laggiù portare in tv la musica produce roba strafighissima come questa, mentre qui, a parte il fenomeno giusy ferreri ha prodotto solo aspiranti baristi) ma, nonostante tutto, riescono ad emergere (riescono cioè a diventare grandi e grossi) realtà pop assolute.

comunque, se penso al rock femminile mi vengono in mente questi sotto che, con un’unica canzone, sono la risposta italiana al rock, al pop e anche al divertimento (che poi rock femminile non significa nulla. a meno che tu non sia kathleen hanna ❤ <3)

PS c’è stato il concerto di bobo rondelli alla festa del pd, con annessa polemica. diverse chiavi di ricerca sul tema portano qui. quest’anno non c’ero: alla festa del pd preferisco non andare, a meno che non ci suonino, che so, bobo rondelli (ma nel 2010) o i gang of four (ma non ci suonano: primo perchè sono marxisti, secondo perchè nessuno del pd locale ne conosce l’esistenza).
però, nel caso di quest’ anno, più che criticare la reazione penosa e scomposta del vecchio (dispregiativo) militante del partito egemone, rifletterei sull’opportunità di supportare certi soggetti suonando per loro o presenziando ai loro requiem funebri)



brevi

a livorno non c’è un cazzo. è il refrain ricorrente da anni ma quest’ anno è ancora più attuale.

scappato italia wave (la puglia è in grado di succhiare ogni centesimo da chi si avvicina ai confini, livorno, per scelta, fa fuggire ognuno, a parte ristoratori e truffatori), resta il ridicolo effetto venezia (un tempo, forse, espressione di un quartiere peculiare, ora semplice sagra del fritto e del lavoro nero) di cui ignoro il programma (un concerto di qualche scuola di musica sarebbe grasso che cola) e il livorno rock village (una ricettacolo di brigidini, vendite di folletto e cover band). poi, chiaramente, c’è la festa del pd. parlarne male è come sparare sulla croce rossa. si segnala l’ovvio bobo rondelli (ci soffro) e, soprattutto, lo spettacolo del centro vertigo di marco conte. questo tipo è l’autore della prima fiction livornese. è la cosa più bella ed angosciante che abbia mai visto. è importante diffondela, si merita di prendere sputi da ogni parte d’italia, non solo da noi astiosi e invidiosi (perchè siamo invidiosi) frequentatori di internet.

a breve la cosa migliore è una festa autogestita e autorganizzata che fa vivere un meraviglioso spazio lasciato all’abbandono dall’amministrazione. oltre al doveroso sottotesto politico c’è anche il tentativo di riportare uno stile di musica radicale nei luoghi dove deve stare, quelli dove una cultura musicale riprende di significato e si slega dalla logica (imposta) di droga e marciume. è riappropriarsi del corpo e dello spazio, le sostanze sono un accessorio non fondamentale, anzi. andare e liberarsi.

nel frattempo ci sono stati, entro 100 km, due concertoni.

[foto by froggypunk]

epici e intensi, un’orchestra non più indie che ammicca alle grandi arene. il più grosso gruppo degli anni 10, con la pericolosa tendenza al coro da stadio: il rischio di essere i nuovi U2 è concreto. serve vederli ora e preservarli.

[foto by marcoo]

è pronto per la pensione, da anni. è grandioso vedere una leggenda. ma ormai è una leggenda che suona per dovere di firma, con l’intensità di un ragioniere in vacanza. restano alcuni momenti notevoli (venus in furs, pale blue eys, sweet jane) altri imbarazzanti (sunday morning suonata come farebbe un nonno la domenica mattina per addormentare la nipotina, femme fatale  con lo stesso nonno che parla con la sua badante). rivedibile (anche se non credo che ci sarà occasione).

[bonus]

uno dei più originali e personali gruppi livornesi. finalmente un video che, oltre ai mezzi tecnici, mostra un’idea narrativa. e narra una storia per immagini, con la dovuta cura per la regia, ammazzando (alla buon ora) l’ipercinetismo che caratterizza i clip italiani (ma anche molto cinema a dire il vero: per non rendere stucchevole e epilettico un video bisogna essere tony scott ed in giro ce ne sono pochi. per narrare per immagini serve avere delle idee).

un applauso ai fratelli Paolo e Marco Bruciati, registi.

[bonus 2]

solo per godere.



bob corn [teatrofficina refugio 22/4/2011]
aprile 23, 2011, 2:35 pm
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il folk è la musica più difficile che esista. non si possono mascherare le emozioni e il contenuto dietro arrangiamenti e pose. ci sono solo le canzoni, non è possibile ingannare nessuno. solo creare brevi momenti di intensità o empatia, un legame diretto con chi ascolta. è tutto lì.

bob corn è un folksinger. un cantautore che racconta le sue storie al di fuori dei confini della tradizione (è la tradizione quella contro la quale si scontrano, e perdono, i giovani autori moderni). il suo è un legame diretto con la terra, con i luoghi e con le persone, vissuto senza confini, nel contesto più ampio possibile: quello del mondo, del viaggio, del racconto dei legami, anche piccoli ma universali.

è un fricchettone, con tutto quello che può significare il termine. ed è un grandissimo autore. in bilico tra la tradizione americana e la musica cosiddetta indie. in un mondo musicalmente giusto starebbe, nell’immaginario collettivo degli ascoltatori, insieme a tutti quegli artisti che sono riusciti a far convivere queste anime. vive invece nella sua, splendida, nicchia. quella della provincia e della curiosità dei pochi.

ieri sera ha regalato ai presenti (non molti. dove erano tutti?) le sue storie.  è stato un piacere sentirsele raccontare.



#38 erica mou [live @ teatrofficina refugio (LI)]

con le migliori intenzioni mi sono recato a vedere questa giovanissima cantautrice. è stato bello e, soprattutto, utile: diversi spunti di riflessione possono nascere da un ragazzina con la chitarra.

il pubblico: ero il più giovane. erica mou ha vent’anni e parla ai ventenni. mi chiedo quali altri incombenti impegni avessero i giovanotti livornesi, visto che il concerto al refugio era quanto di meglio potesse offrire la serata. la cantautrice parlava a loro: storie di amorucci, di abbracci e di fare quello che si vuole nella vita senza guardarsi indietro. ci faceva anche lo spiegone iniziale.

la cantante: aveva una bella voce. ma era l’emblema della cristallizzazione temporale della musica italiana. non è possibile che la musica si sia fermata a carmen consoli (in modo talvolta imbarazzante) ed elisa. ogni cantautrice prende da quello, bypassando, per dire, cat powervashti bunyan o joanna newsom. che va anche bene: per il pubblico italiano, atavicamente provinciale e pauroso. l’eventualità di un percorso altro non è contemplata, credo.

il caso: il concerto è stato medio ma all’interno ha trovato posto un gioiellino

grande pezzo, con le sue stratificazioni sonore e l’uso mediamente personale della voce e dei suoni: si può sempre scoprire qualcosa di buono, anche in un mare di medietà. basta esserci e cercare.

(erica mou è stata già ciucciata dalla sugar di caterina caselli: questo implica che il suo percorso musicale è già finito e neutralizzato. la vedremo a sanremo e il prossimo concerto al tor sarà pieno di mamme. io ho comprato il suo primo cd, che non è stato distribuito. lo vedo come un investimento sul futuro: forse possederò una rarità da vendere su ebay)



#37 la lunga estate freddissima

da ferragosto in poi si entra nel periodo peggiore dell’estate. finisce il clima della festa, dei concerti e degli schiuma party ma non è ancora abbastanza freddo per tornare a rinchiudersi nel localino preferito. in genere restano i commenti su quel gruppo meraviglioso visto live, su quella festa delirante e su quelle svedesi conosciute al pub sulla spiaggia. per noi di livorno quest’anno non è così. perchè non abbiamo avuto quasi niente da ricordare.

l’estate livornese inizia a luglio, con italia wave: quando le cose più belle che vedi sono bologna violenta e BSBE per un festival di respiro interazionale c’è qualche problema. tra headliner degni del 1998 e clima poliziesco è stato fatto quasi tutto per rendere il festival un luogo inospitale: inesistente il clima del grande evento, solo passare, guardare e andare via. nel frattempo i pavement erano da qualche altra parte e i wolf parade non erano presenti nell’immaginazione di nessuno, il fantasma degli underworld riproponeva born slippy a gente indegna della musica che ascolta.

dopo questa (che con tutta probabilità sarò l’ultima edizione labronica del festival) le notti livornesi si focalizzavano sugli eventi della fortezza nuova. non ero presente, ma immagino che l’aperitivo con marcello veneziani sia stato un successone. di sicuro saranno stati soddisfacenti i saggi di danza e gli spettacoli teatrali: non so se la zelante security (persone a cui l’auricolare provoca un brivido d’onnipotenza) è stata in grado di gestire il copioso afflusso di mamme, babbi, nonne con la giacchetta da sera.

ad agosto l’evento clou: effetto venezia, festa dei ristoratori. lo scorso anno ho visto nada, assalti frontali, enzo jannacci. non i gang of four, ma nemmeno il balletto. sul palco principale c’era il balletto. comunque il cartoccio di fritto c’era, quindi tutto tranquillo. non so quale sia stata la spesa per il tutto ma credo più di 1000 euro (cifra con cui ti puoi permettere di chiamare oblivians e verme a spaccare tutto).

alla fine gli ultimi fuochi d’artificio: bobo rondelli alla festa del pd, gruppi locali alla festa del pd (con annessa polemica), riso mare alla festa del pd.

le note positive: il grape juice, seppur in tono minore, continua a vivere e quest’anno ha mostrato lo stato dell’arte della scena livornese. su tutti i bad love experience, very british, e i crystal newton, incosapevolmente byrdsiani e bucolici.

e poi su una spiaggia a tirrenia, insieme ad altre 20 persone, ho visto gli amor fou. ma i livornesi doc a pisa non ci vanno: c’era bersani alla festa dell’unità.



#36 bobo rondelli [live @ livorno]

la morte (o il ferimento grave, concediamo il beneficio del dubbio) di bobo rondelli è stata sancita nella sua sede più appropriata: la festa del pd di livorno. tra miasmi di fritto e dimostrazioni di frullatori e aspirapolveri bobo mostra a tutti la via che ha scelto: quella della popolarità (non del successo). non più ubriacone, nè disperato, nè tantomeno intellettuale, bobo è un musicista conciliante e consolatorio per il pubblico labronico. pubblico composto in larga parte da signore dall’applauso facile lacrimoso e da uomini in baffi e camicia aperta sul petto. le stesse persone che fino a poco tempo fa lo additavano come tossico o “quello scemo che ha picchiato la testa“.

dopo il bel(lissimo) “per l’amor del cielo” bobo aveva diverse strade per uscire dal provincialismo dell’artista sgangherato qual’era. poteva (e doveva) uscire dalla sua città a testa alta, da artista vero, e cercare di inserirsi in un circuto nazionale che gli permettesse di avere le soddisfazioni (anche economiche) che non ha mai avuto lasciandogli la libertà di sperimentare e di continuare un percorso artistico che dalle hawaii a shangai portava a non so dove.

ha scelto di non sprovincializzarsi ma di istituzionalizzarsi (col contributo indispensabile di virzì) restando confinato sotto i quattro mori. di reiterare il suo spettacolo di giullare (funzionale quindi al potere costituito che un artista contro, per vocazione, dovrebbe smascherare e mettere alla berlina) secondo un copione che non stupisce ma che, al contrario, rassicura.

questa non vuole esser la critica snob di chi ama i concerti per pochi intimi e tenere per se, come segreti, certi artisti: bobo non è poi così difficile da capire ed è normale che piaccia. ho sempre sperato che la gente si accorgesse di lui: per le storie che raccontava, per come le raccontava. ma si può vedere riconosciuto il proprio valore con coerenza, rendendo partecipe chi ti ascolta del tuo percorso, delle sconfitte, della merda della provincia e del viaggio che ti ha portato ad essere quello che sei. non regalando (o svendendo) il passato.

è la delusione di chi ha seguito il percorso di un cantastorie che ha scelto di non essere più un autore ma un’istituzione (del nulla e per nulla).

così, tra foto del tramonto sulla terrazza mascagni (evidentemente un orizzonte ideale invalicabile), proiezioni di cartoni animati e cori di bambini il treno si è fermato: bobo non è più un randagio, ha raccolto le valigie dei ricordi e si è alzato dalle nuvole per scendere dove non l’avremmo mai voluto vedere, incastrato tra un bersani, un dibattito sulla viabilità e un ponce scaldato male.

a noi restano diverse emozioni sparse, la voglia di non crescere mai e la consapevolezza (o il disincanto) che anche i figli del nulla, in un certo momento, smettono di sognare.

“corri treno corri forte non fermarti portami lontano, le valige dei ricordi le ho buttate giù dal finestrino… vai vai vai vai via”




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