Opinioni futili per ascoltatori inesperti


il 2013 è stato un anno bellissimo

ascolto musica per leggere le classifiche di fine anno. soprattutto per lamentarmene e, come accessorio, decidere cosa dovrei ascoltare per essere alla moda (o non esserlo, ho un passato da metallaro). per fortuna nel 2013 le classifiche le possono fare tutti e, nel web, vige l’assoluta democrazia: nessuno conta niente e la classifica di fine anno (anche quella di pitchfork) resta un’operazione che riempie esclusivamente l’ego di chi la scrive. è comunque un ottimo argomento di conversazione.

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PARTE I

le cose che ho realmente ascoltato con foga sono, in generale, deprecabili. sono però talmente perfette nel connubio di musica, immagine e racconto che non posso fare a meno di farle mie anche se, solitamente, non si rivolgono a me.

Britney Spears – Work Bitch

un manifesto politico e programmatico di un’anziana signora che cerca in tutti i modi di ristabilire le distanze. purtroppo per le ci sono in giro delle britney più giovani e più scalmanate. non riuscirà a riprendere il trono ma riempirà di spocchia tutte le sale spinning possibili. [NOTA: il tempo è passato ma tra le giovani poche sono in grado di fare cose del genere]

Lady Gaga – Artpop

e madonna continua a rincorrere. una pietra miliare, il suo disco migliore.

Selena Gomez – Stars Dance

una macchina da guerra. dalla disney a spring breakers (con un ruolo disney friendly) passando per un disco che è un bignami di come deve suonare una teen star: ammiccante (le ragazzine devono immedesimarsi, i ragazzini innamorarsi, i vecchi bavosi), trasgressivo e paraculo (stacchi simil dubstep, pezzi urban, outtake di rihanna). perfetto. è il mio disco favorito del 2013 e quello che mi ha accompagnato in ogni viaggio in auto.

Ariana Grande – Yours Truly

20 anni.  una voce che le permette di fare ciò che vuole e il cervello piantato negli anni 90. ed è più giusto che una ragazzina americana cerchi le sue radici nel R’n’B che riempiva MTV piuttosto che un giovanotto italiano le cerchi nei nirvana. ariana grande è, in sintesi, una gloriosa operazione di recupero della memoria storica: riscoprire quello che ci siamo persi mentre ascoltavamo i melvins.

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Lea Michele – Cannonball

il disco più atteso del 2014. il singolo è già un classico: occhi chiusi, intensità e mani enfatiche. grande momento di redenzione.

Iggy Azalea – Work

il grande manifesto post femminista del 2013, mille volte più potente di femen, mille volte meno consapevole di julie ruin. ma, in un mondo di automi, basta solo la sua presenza scenica per mandare a casa tutti.

Demi Lovato – Demi

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la syd vicious del teen pop USA. autolesionismo, rehab, cocaina come non ci fosse un domani. morgan vorrebbe essere lei ma, è noto, la classe non si compra al supermercato.

Ellie Goulding – Halcyon Days

ha tutto. è inglese e, di conseguenza, ha una classe superiore rispetto alle amichette americane. ha il singolo over the top che viene buono sia per il discobar della provincia, per i club fighetti e per le discoteche alternative (esistono sempre? qualcuno ci va?). piace agli hipster e piace (per osmosi) alle mamme e alle figlie. è aggressiva quanto basta. di quelle citata è l’unica che potrebbe stare in una classifica vera visto che il disco è, realmente, un gioiellino pop elettronico (con l’accento su pop).

Annalisa – A modo mio amo

dopo l’exploit di sanremo (sono ancora turbato) annalisa ha tirato fuori un pezzo che entra di diritto in ogni canzoniere da spiaggia che si rispetti: i futuri classici si costruiscono ora. un elegia all’amore universale ed alla bellezza delle cose semplici, per gente semplice.

Emma – Schiena

un panzer che non fa prigionieri. coerente come solo gli AC/DC, un treno lanciato verso il trono di miglior cantante e performer italiana degli ultimi 20 anni.

Miley Cyrus – Bangerz

viene ricordata per le cose sbagliate. l’evoluzione da hanna montana ad oggi è perfettamente coerente: è l’uccisione del padre e la riconquistata libertà, è l’emancipazione e la consapevolezza che, nel 2013, basta poco. poi ci si può concentrare sulle nudità (sticazzi, nel mondo dell’internet i capezzoli sono una rarità) e sullo spinello: io sottolineerei invece la nana e wrecking ball, un orrendo pezzo AOR degno dei peggiori gruppi da radio FM americana che, tra un twerking e una toccatina diventa sublime.

Lily Allen – Hard Out Here

lo aspetto da 4 anni e non ho le parole. il vero amore è per sempre.

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PARTE II

dischi belli, semplicemente. di quelli che verranno raccontati in futuro.

Arcade Fire – Reflektor

dalla vetta si possono permettere di strafare con un album sbagliatissimo, pretenzioso e, a tratti, fastidioso. un disco presuntuoso che stratifica elettronica, chitarre e suoni dal mondo in maniera spesso disorganizzata e quasi cacofonica. un disco importante e, a suo modo, meraviglioso.

Kanye West – Yeezus

si sa vendere e, per questo, è in cima ad ogni classifica. in un mondo normale sarebbe considerato un artista d’avanguardia, anche solo per la moglie, per i campioni e per l’uso consapevole del video.

Laura Marling  – Once I Was An Eagle

anni fa suzanne vega andava in classifica. ormai le folksinger sono materiale da buongustai (è pieno, ma è anche pieno di bar ma non sono mica tutti puliti), soprattutto quando non calcano la mano nell’immaginario hippy-nero-depresso-bucolico. il folk è materia semplice e difficilissima: sei sola e se non hai qualcosa da dire o non sai come dirlo sei inutile. laura marling è una delle poche sa raccontare.

Savages – Silence Yourself

è difficile distinguere tra posa e autenticità. ma, una volta uniti i puntini che partono da qui ed arrivano a ian curtis, resta solo il miglior disco post-punk (non so se si può dire post-punk oggi) degli ultimi anni [NOTA tra un paio di mesi cambierò idea, temo. il disco è bellissimo comunque]

Baustelle – Fantasma

dai baustelle voglio il racconto amaro del passato che non tornerà, l’amarezza del crescere, le pose sull’essere fighi a milano ma con la testa (o almeno parte di essa) nella provincia. fantasma è il racconto catartico (spero per loro) e, in fondo, ottimista, della morte e, ovvia conseguenza, della vita. spero che sia una parentesi (che, comunque, contiene due delle vette massime del bianconi: nessuno e il futuro).

Massimo Volume – Aspettando i Barbari

un disco che fa paura, in bilico tra la tensione del presente e l’evento che rovinerà tutto, i barbari.

Jex Thoth – Blood Moon Rise

lo stato dell’arte del metal che va di moda ora, fortunatamente. se fossi religioso sarei molto turbato.

Marnero – Il Sopravvissuto

un racconto disperato e nichilista di un viaggio verso il niente. nessuna speranza. il viaggio, epico, senza meta e fino alla sconfitta. praticamente il ritratto della nostra generazione che si perde (meglio, si fa disperdere) invece di spaccare tutto.
il mio disco del 2013.

Chvrches – The bones of what you believe

il disco pop (è pop, solo che nelle riviste di tendenza lo ribattezzano per darsi un tono: ascoltare pop è disdicevole) che non vi vergognerete di avere a casa. ottimo spunto di conversazione.

Mazzy star – Season of your day

tutti siamo ancora innamorati, non corrisposti, di hope sandoval. un tuffo nel passato, senza muoversi di un centimetro.

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è tempo di mettere nero su bianco: top 2012

finalmente posso essere 2.0. nel 2012 ho scaricato compulsivamente tantissimi dischi e ne ho ascoltati pochissimi. più della metà li ho cestinati al primo drop (skrillex è il tumore musicale del 2012, all’inizio degli 00 i post teenager almeno avevano band con pettinature accettabili). i restanti mi sono piaciuti, anche moltissimo. ma la musica oggi, nonostante resti l’esperienza più totalizzante che mi resti, non è più il momento autistico da camera, il dialogo intimo tra te e il tuo coetaneo americano che ti racconta. è la schizofrenia di youtube, di soundclouds, di tweet e facebook. è la sublime esperienza di passare dalle serebro (quello che un dilettante come david guetta non avrà mai il coraggio di fare) alla loro parodia più espilcita, da lana del rey alla versione migliorata della stessa. senza pause e senza riflessioni. la musica non ne viene svalutata, non siamo negli anni 70 con i concept mattoni, ma diventa un’esperienza totale e democratica. diventa facile scegliere ma diventa facile sbagliare. ma qui la colpa è di chi ascolta e sceglie di non scegliere: a quel punto psy diventa equivalente a cisco.

10. Fiona Apple – The Idler Wheel Is Wiser Than The Driver Of The Screw And Whipping Cords Will Serve You More Than Ropes Will Ever Do

ci sono due cose. la prima è la musica, direttamente trapiantata dagli anni 90 (è giusto che ognuno faccia quello che sa fare) ma riletta a 35 anni: più cinismo, stessa solitudine e disperazione. e la stessa consapevolezza di se (dovrebbe essere un manifesto per ogni donna che si ama), enorme, sicuramente più rabbiosa di ogni dito medio di M.I.A. l’altra è la grandezza iconica. la bellezza e il modello estetico: è un modello di 20 anni fa, resta perfetto. io amo Lady G, ma serve anche la realtà.

09. Cloud Nothing – Attack On Memory

in un mondo perfetto sarebbero i Nirvana. con la schizofrenia del millennio (o senza la lucidissima maturità di cobain), tra post-rock e botte di adrenalina a bassa intensità. ogni adolescente dovrebbe stare qui, invece ci stanno i trentenni senza futuro.

08. Tame Impala – Lonerism

è facilissimo: i beatles acidi. i cream acidi (tutti), botte di free. forse in america è cool, qui è roba da hipster (che significa sfigati) e da nerd (che significa ugualmente sfigati, però senza donne/uomini). dovrebbero essere la colonna sonora di viaggi acidi nel deserto, robe così. qui c’è il mare, quindi si potrebbero riciclare per falò sulla spiaggia che smetterebbero di essere protorave e inizierebbero (tornerebbero) ad essere esperienze d’amore. purtroopo non vado alle spiaggiate da quasi 10 anni. mi resta di ascoltarli mentre cucino fingendo che sia peyote.

07. Sharon Van Etten – Tramp

talmente oscura e dolorosa da risultare sublime. alla fine è folk, ma proviene dalla metropoli.

06. Corin Tucker Band – Kill My Blues

magari è solo la nostalgia di una delle band più enormi di sempre. e ripercorrere quel cammino diventa sempre un’esperienza. o, più semplicemente, e realisticamente, è la capacità che ha di rivendicare e di rivendicarsi. resta l’inno di ogni lotta: forse prevedibile ma efficace comunque.

05. Lana Del Rey – Born To Die

l’esperienza lana del rey è totale. ed è il racconto perfetto della nascita e del futuro tramonto di una star pop: il pubblico indie ridacchia e ironizza, Lei pontifica dai palazzi di ogni città, travalica la musica (che, almeno nei singoli, è incredibilmente bella) e diventa l’icona pop più splendente di sempre (sempre, negli anni della comunicazione di massa e sticazzi dura circa sei mesi).

04. Unsane – Wreck

gli unsane sono il nostro country.

03. Jess and the Ancient Ones  – Jess and the Ancient Ones

nei siti metallari spiegare i riferimenti (i riff sono sulfurei. sui riff si staglia la voce spiritata. gli inserti di hammond riportano indietro di 40 anni. echi di blue cheer). semplicemente occorre, come ogni anno, fare le pose giuste.

(il disco è meraviglioso, tipo incubo hippy di inizio 70).

02. Maria Antonietta – Maria Antonietta

in giro viene derisa (probabilmente perchè non sa cantare e non sa suonare). però i suoi concerti sono pieni. perchè questo è il disco punk che, in italia, non usciva da anni (punk nel senso che è curatissimo ma sembra che non gliene freghi  un cazzo, punk come le candeggina rock). fossi una donna sarebbe il mio disco preferito del 2012, per i ricordi. fossi una donna di 18 anni sarebbe il mio disco preferito di sempre.

01. Bob Mould – Silver Age

“È esattamente ciò che sembra: sono 38 minuti di rock”. lacrime.

00. Fuori classifica, troppo grosse per esistere

la più incredibile esibizione che abbia visto quest’anno, in loop da mesi. enfatica, esagerata, impeccabile. è difficile stabilire il confine tra la finzione (è una serie tv) e il trasporto vero che lea michele (la più grande di tutti e tutte) ci mette. rendere la merda il più prezioso degli ori.

one shot of glory. probabilmente è già sullo scivolo del tramonto. ma questa è la canzone pop perfetta. la migliore di sempre. sarebbe troppo grande per chiunque.



l’estetica conta
gennaio 30, 2012, 8:00 pm
Filed under: dischi

è l’unica copertina possibile per quello che probabilmente sarà l’unico disco necessario nel 2012. perchè nel mondo 2.0 l’immagine rappresenta tutto e prescinde dai contenuti. in questo caso è perfetta: la rovina passa da un bagno di sangue (loro). quando poi anche i contenuti saranno perfetti, come in questo caso, siamo a posto e possiamo andare tranquilli a spaccare cose.

 



[2011] top 15

è stato un anno esaltante, almeno numericamente. anche qualitativamente, anche se tanti non se ne sono accorti. ma la colpa è di chi ascolta e non di chi fa musica. chi ascolta ha la presuntuosa abitudine di cercare i beatles, i joy division o gli smiths. non ci sono più e non ci saranno. ce ne sono altri, altrettanto grandiosi probabilmente. solo che si muovono in un contesto diverso, con tempi rapidi. serve pazienza e serve di non adeguarsi ai tempi che sono imposti.

Black Keys – El Camino

il motivo principale è la figosità di dan auerbach, l’altro è che hanno fatto un disco talmente crudo e retrò che trasuda realtà. non mi interessa il blues, nemmeno tanto il blues rock, mi interessano i giubbotti in jeans, le barbe e, purtroppo, la virilità che esce da ogni nota.

 

Bon Iver – Bon Iver 

il 90% è questo meraviglioso pezzo strappato dalla colonna sonora di top gun, l’uso del vocoder che nemmeno cher dei tempi peggiori (ma tanto kanye l’ha fatto diventare una cosa all’ultima moda). il restante 10% che lo fa essere uno dei dischi migliori del 2011 è composto da una manciata di bozzetti di paesaggi (e sensazioni) d’altri tempi.

 

Lydia – Paint it Golden

in italia sono inspiegabilmente ascoltati solo da metallari pentiti. nel resto del mondo sono un gruppo pop capace di grandiosità, di riempire tutti gli spazi con epicità, melodie incredibili e, ovviamente, lo sguardo sempre rivolto indietro. molti non lo sentono ma la nuova musica progressiva passa da qui.

 
Earth – Angel of Darkness, Demons of Light I

le rappresentazioni degli spazi americani consolidate sono quelle di morricone nei film western o quelle di bruce springsteen (la redenzione, il ragazzo di campagna in blue jeans che cerca spazio nella metropoli, roba che in italia è ligabue che mangia una piadina con lo squaqquerone all’autogrill). gli erath raccontano l’altra america, quella degli spazi del nulla, un viaggio con la scimmia di essere niente nel nulla.

 
Marissa Nadler – Covers Volume 2

sul disco di inediti ha fatto una scelta precisa, quella di piacere. qui invece si dimostra una delle poche in grado di toccare certi pezzi, mettendoci dentro la freddezza, il sogno, gli alberi e tutto il resto.

 
Josh T Pearson – Last of the Country Gentlemen

terrificante. isolazionista e pieno di dolore, probabilmente catartico per l’autore. è un disco religioso, ma non più con jisus in prima linea. da studiare per far capire ai cantautori tristi (che ci piacciono) che è quando si è disperati davvero che vengono fuori i capolavori. JTP maestro di vita e professore di religione.

 
Saviours – Death’s Procession

il metal classico è oggi considerato un genere per adolescenti sfigati (quelli che non hanno vita sociale, si fanno le seghe e giocano ai videogames) o per vecchi dinosauri che non sono in grado di crescere. è vero, perchè il metal ha perso il senso di ribellione che deve avere ed è diventato un genere da esteti del cazzo e da impiegati della musica. per fortuna stanno tornando band che suonano come se non ci fosse un domani, fatte per spaventare i vicini mettendo il volume a 10 (il metal si ascolta a 10).

 
Kaos One – Post Scripta

il rap è una cosa seria. in italia l’unico che lo fa seriamente e kaos. il racconto di ogni disagio (vero) e dell’impossibilità di redenzione. solo rassegnazione e fastidio.

 
St. Vincent- Strange Mercy

è quasi il disco pop perfetto. strabiliante per capacità tecniche, per lustrini, perchè ci sono melodie perfett che guardano in tutte le direzioni. riconcilia con l’idea di musica po come qualcosa di grande e che ha tutto il diritto (ha il dovere) di farsi chiamare arte. poi è così bellina.

 
Death Cab For Cuties – Kodes & Keys

mi pare che non sia piaciuto a nessuno. a me si, e molto. è solo un disco indie rock che ci ricorda che non è necessario essere subito adulti ma si può anche essere post adolescenti per diversi anni, a prescindere dalle condizioni di vita, lavorative, familiari. serve solo tenere gli occhi aperti, è necessario per sopravvivere. altrimenti tocca rimpiangere i grateful dead all’infinito.

 
Kasabian – Velociraptor!

il britpop, inevitabilmente, ha segnato quelli della mia generazione. è stata un po’ la nostra versione dei ragazzi perduti, mantenendo però l’educazione e la rispettosità propria dell’inglesità dopo siamo stati segnati dalla musica elettronica, dal mangiare le droghe e dalle luci al neon. in futuro probabilmente vorremo andare allo stadio ai megaconcerti raduno. i kasabian mettono insieme tutto questo e ci permetteranno di cantare allo stadio rispettando allo stesso tempo la musica.

 
Brutal Truth – End Time

si portano sulle spalle la storia e la riscrivono ogni volta che entrano in studio. stavolta hanno scelto di tingere di blu(es) la materia più integralista che ci sia.

 
Laura Marling – A Creature I Dont Know

un disco sottile e bellissimo, sottile e in sospeso, tra l’apparente passività della voce e gli arrangiamenti da pratino all’inglese. è la cosa più simile alla suzanne vega più agreste che abbia ascoltato ultimamente.

 
Raein – Sulla linea di orizzonte di questa vita mia e di tutti gli altri

la dimostrazione che l’emo non è un genere per gli emo. è roba seria, che guarda dentro costantemente.

 
Gallhammer – The End

per chiudere il cerchio che parte dal punk (quello nichilista) e arriva al black metal (che è, per definizione, nichilista). un gioiello di negatività.



¡Que se vayan todos!

in spagna stanno accadendo delle cose. cose belle che, chiaramente, qui calano dall’alto col dovuto sottotesto di qualunquismo e ambiguità.
non è questo il luogo per commentarne i significati politici  (il luogo è ovunque).
qui si nota qualcosa che si sapeva  ma che deve riemergere con forza.
ogni cambiamento, ogni rivolta, anche solo in potenza, ha e deve avere i suoi suoni. la musica (come il cinema, l’arte, la comunanza di immaginari) riesce a creare il contesto culturale e il fermento nel quale fare nascere ogni cosa.
dalla spagna arrivano delle note. e fanno capire come, anche da questo punto di vista, l’italia sia ultima tra gli ultimi.
penso ai cortei con le note di guccini e de andrè (è chiaro che la musica di una sconfitta generazionare deve fare da colonna sonora ad un’altra generazione), ai modena city ramblers radicati nell’immaginario collettivo degli adolescenti, ai RATM sotto anestesia, mixati insieme a dei SOAD qualsiasi. alla rinuncia all’impatto dell’hip-hop, a meno che non si tratti di un surrogato borghese come caparezza. alla riduzione della techno a musica da “fighetti”.

la lotta in spagna si nutre di musica che vive. si capisce l’importanza di underground resistance come quella di uno dei più radicali collettivi esistiti (esistenti), si trasla l’assalto di NTM supreme dalle banlieu alle piazze delle metropoli, si destruttura la realtà coi fugazi e si prende la stessa realtà a schiaffi come fa M.I.A., in un’ ovvia contaminazione culturale.

qui c’è la colonna sonora di un momento che è qui e ora, anche se a qualche migliaio di km.
(le bonus track le ho aggiunte io, fosse mai che qualche dj da manifestazione locale abbia un’epifania).

serve la nostra.



colleen green
maggio 24, 2011, 11:09 pm
Filed under: dischi | Tag: , , , ,

credo sia la cosa più punk possibile oggi. non per l’immagine da icona elettro-clash, ne per gli occhiali da semi-diva, ne per i testi (che, da tradizione, possono provocare reazioni contrastanti, nelle gradazioni possibili dal disprezzo all’odio all’adorazione: my boy says will you spit on me because i wanna be degraded).

è la somma del tutto, l’attitudine (che è accidentalmente serissima) all’andare contro la normalità indie che, da artic monkeys in poi, diventa quasi reazionaria. perchè qui si tolgono il dolore, le capacità musicali, il buon gusto per l’arrangiamento, le photosession patinate che caratterizzano il pop moderno. quando alla musica togli tutto questo (che, quasi sempre, voglio e reputo necessario) resta, si sa, il punk.

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the times they are a-changin’

aaliyah – one in a million [1996]

nel 1996 sicuramente ascoltavo altro. i korn, sicuramente, nel momento che essere post-metal significava fare roba che venisse dopo, appunto, al metal. ero molto coinvolto anche nella new wave del metal  leggero. di certo non ascoltavo aaliyah, ne le tlc o le en vogue, comunque nessun terzetto vocale di cantanti r’n’b. è giusto che sia stato così, non avrebbe avuto senso per un adolescente maschio bianco seguire questa musica da femmine americane o, nel migliore dei casi, da adulti.

in seguito, come tutti quelli che seguono la musica pop, mi sono fatto un’opinione posticcia sulle produzioni di timbaland o missy elliot come roba innovativa. non lo erano, erano peculiari. alla fine degli anni 90, non al tempo dell’opinione.

aaliyah è la cosa migliore che abbia fatto timbaland. per la voce, per l’immagine e per i suoni. perchè, dopo le esagerazioni della musica elettronica e dell’hip-hop si toglieva, si metteva in risalto la voce (non importa urlare sempre), anche nei campioni, e si ricreava uno stile.

se poi, dopo queste produzioni, c’è stato un abuso di battiti di mani nascosti nei rullanti e di piatti sconnessi (abuso che ha fatto invecchiare questa musica prima della scadenza) non è colpa di nessuno. basta avere il filtro.

l’altra – differnt days [2005]


nei primi anni del 2000, invece, ascoltavo i baustelle. perchè era nell’aria il revival della musica pop d’autore italiana, si sentiva che era imminente l’avvento di artisti che ci avrebbero permesso (a patto di essere un minimo volenterosi) di smettere di ascoltare de andre o rino gaetano (in realtà non ha smesso nessuno, soprattutto tra i ventenni. è il motivo per cui la sinistra perde).

oltre al classico metallo pesante, quelle croci che ti porti dietro sempre (volentieri. è proprio all’inizio del millennio che ci sono stati i segni di risveglio dell’idea che per fare metal serve di spaventare i vicini. piedi nel passato e testa nel futuro). c’era comunque da mantenere una certa virilità. non era certo possibile ascoltare un duo che fa post rock come fosse musica da camera. con l’aggiunta di campanellini elettronici.

è una fortuna che i l’altra non li abbia conosciuti quando uscirono. sarebbero stati marchiati a fuoco come roba di merda o, anche peggio, roba noiosa.

nel 2011  sono un sollievo. un elegia per riconciliarsi con il mondo e con gli altri, appunto.

lady gaga – born this way [2011]

senza freni, contro tutto e tutti. questo è il revival degli anni 80, suonato nel 3000, a 3000.

maledtti siano bob sinclair, raffaella carrà e le sigle dei cartoni animati.




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